mercoledì 14 maggio 2008

ORTONA NECESSITA DI UOMINI SIMILI



Perchè ad Ortona la stampa o gli scrittori (tranne nei blog) non hanno mai il coraggio di fare nomi e cognomi? Perché i giornalisti non hanno stimoli nell'indagare le notizie di sentore popolare senza mai cercare conferme ai molti dubbi che una classe dirigente ambigua semina senza nessun pudore morale oramai da troppo tempo? Perchè possiamo solo prendere esempio dagli altri e mai essere esempio per una volta?


Lirio Abbate e Peter Gomez hanno scritto un libro: “I complici”. Abbate è sotto scorta. Non per essere protetto dalla mafia, ma per sfuggire agli intoccabili. Ha fatto troppi nomi e cognomi di politici, parlamentari, funzionari dello Stato. Quelli che in galera non ci vanno mai.
Riprendo alcune righe dall’introduzione del libro: “Quando i giornali (pochi) e i cittadini scoprono, con ritardo di anni rispetto agli uomini del Palazzo, i nomi di parlamentari, deputati regionali, ministri, assessori, sindaci che frequentano o hanno frequentato non occasionalmente boss e condannati per fatti di mafia, la reazione dei loro colleghi è zero. O meglio una c’è: si grida al complotto. Il principio di elementare prudenza che porta, nelle democrazie mature, ad escludere ed emarginare chi ha amicizie discutibili in Italia non scatta mai”.

La mafia in 15 anni è passata dalla stagione delle bombe a quella della pax sociale. Dal 1992 ad oggi i boss sono finiti in carcere con una certa regolarità. Ogni due/tre anni una cattura del boss dei boss. Nel frattempo i politici inquisiti sono rimasti sempre in libertà. Paolo Borsellino disse: “Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio, o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”. E così fu, ma l’accordo firmato all’inizio degli anni ’90 tra mafia e una parte della politica non deve essere molto favorevole alle famiglie mafiose. A loro il carcere duro, agli altri ville, belle donne, Dom Perignon e passerelle televisive. E quando finiranno le famiglie? Forse è ora che la mafia riveda il contratto e cambi alcune clausole. Non è tollerabile che il mafioso, dopo aver rischiato la vita e essersi esposto in prima persona, finisca in carcere per anni, mentre il politico la fa sempre franca. Ai politici pregiudicati e prescritti il Parlamento, ai mafiosi, se va bene, l'Ucciardone.


I COMPLICI - Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano: da Corleone al Parlamento - di LIRIO ABBATE e PETER GOMEZ

Fin troppo facile citare Tomasi di Lampedusa. Ma non c'è niente da fare: nella Sicilia del potere è sempre stagione di gattopardi, con stili diversi e obiettivi identici: cambiare tutto perché nulla cambi. Questo è anche il capolavoro di Bernardo Provenzano, che con la sua cattura ha trasmesso l'immagine di una mafia sconfitta garantendo invece a Cosa nostra il passaporto per il futuro.

Quale sia il progetto dell'ultimo padrino lo spiega un volume uscita alla fine del 2007 dall'editore romano Fazi, "I complici. Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento": una grande zona grigia che fonde e confonde tutto, destra e sinistra, imprenditoria e pubblica amministrazione, mafia e antimafia. Peter Gomez, inviato de "L'espresso", e Lirio Abbate, cronista dell'Ansa di Palermo, raccontano i protagonisti di questo magma, che avanza sottoterra, senza eruzioni esplosive che attraggano l'attenzione della cosìdetta società civile. Cosidetta perché nei piani del boss c'è anche l'infiltrazione nell'antimafia militante, la ricerca di collusioni nei partiti di sinistra, l'ossessione per il mimetismo che renda
Cosa nostra una Cosa nuova, capace di restare protagonista senza mai apparire. Il laboratorio di questa rivoluzione invisibile è Villabate: una città dove gli emissari di Provenzano parlavano con esponenti di primo piano della politica nazionale. Il personaggio al centro della famiglia di Villabate, Nino Mandalà, ha ricevuto un altro ordine di cattura la scorsa settimana.

Ecco uno stralcio dal libro "I complici".


Enrico tu sai da dove vengo e che cosa ero con tuo padre. Io sono mafioso come tuo padre, perché con tuo padre me ne andavo a cercare i voti vicino a Villalba da Turiddu Malta che era il capomafia di Vallelunga. Ora (lui) non c'è (più), ma lo posso sempre dire io che tuo padre era mafioso.».

Una frase del genere, anche loro che per lavoro erano abituati ad ascoltare ogni giorno ore e ore d'intercettazioni, non l'avevano mai sentita. Sembravano le parole di un film. Dentro c'era tutto: la minaccia - «io sono mafioso» - il ricatto - «lo posso sempre dire io che tuo padre era mafioso» - i riferimenti ai capi storici di Cosa Nostra - Turiddu Malta, capofamiglia liberato dal carcere nel '43 dagli americani - e la politica.

Sì, la politica. Quella con la P maiuscola, perché Enrico era il figlio del
senatore fanfaniano Giuseppe La Loggia: era Enrico La Loggia, dal 1996 al 2001 capogruppo di Forza Italia al Senato e poi ministro degli Affari Regionali nel governo Berlusconi.

Ma a pronunciare quelle parole non era stato un attore: a scandirle con voce forte e chiara era stato, appena un mese prima di finire in manette, l'avvocato Nino Mandalà.

È il 4 maggio 1998. Quel giorno il boss di Villabate sale, verso le 11 del mattino, sulla Mercedes turbodiesel di un uomo d'onore grande e grosso, dalla folta barba scura. È l'auto di Simone Castello, l'imprenditore che, fin dagli anni Ottanta, per conto di Provenzano recapita i suoi pizzini in tutta la Sicilia. I carabinieri l'hanno imbottita di microspie perché sanno che parlare con Castello significa parlare direttamente con l'ultimo Padrino.

Mandalà è su di giri. Le elezioni amministrative sono alle porte, nel direttivo provinciale di Forza Italia di cui fa parte c'è fermento, le riunioni per preparare la lista dei candidati si succedono alle riunioni. Gaspare Giudice lo ha consultato per trovare un uomo da presentare per la corsa al consiglio provinciale a Misilmeri, un paesino a pochi chilometri da Villabate. Lui gli ha fornito un nome: all'ultimo momento però l'accordo è saltato, perché Renato Schifani, neoeletto senatore nel collegio di Corleone, «ha preteso, giustamente, che il candidato di Misilmeri alla
provincia fosse suo, visto che Gaspare Giudice ne aveva già quattro», spiega Nino a Simone. (...)

La sua prima piccola rivincita, Nino, se l'è comunque già presa. Il candidato proposto da Schifani si è presentato in paese ma è stato respinto in malo modo. Ridendo, Mandalà racconta di avergli detto a brutto muso: «Caro mio io non do indicazioni a nessuno, non mi carico nessuno, Misilmeri non è Villabate, è inutile che vieni da me. Di voti qui non ce n'è per nessuno.».

La dura reazione del capomafia ha preoccupato i vertici di Forza Italia, tanto che Gaspare Giudice lo ha immediatamente chiamato: «Mi ha telefonato dicendo che stamattina a casa di Enrico La Loggia c'è stata una riunione. (C'erano) La Loggia, Schifani, Giovanni Mercadante (l'allora capogruppo di Forza Italia in Comune a Palermo, arrestato per mafia nel 2006) e Dore Misuraca, l'assessore regionale agli Enti Locali. (Giudice mi ha raccontato che) Schifani disse a La Loggia: «Senti Enrico, dovresti telefonare a Nino Mandalà, perché ha detto che a Villabate Gaspare Giudice non ci deve mettere più piede. e quindi c'è la possibilità di recuperare Mandalà, telefonagli.».

Il mafioso è quasi divertito. Tanta confusione intorno al suo nome in fondo lo fa sentire importante. Alzare la voce con i politici è sempre un sistema che funziona. E, secondo lui, anche Renato Schifani ne sa qualcosa.

Dice Mandalà: «Simone, hai presente che Schifani, attraverso questo (il candidato di Misilmeri). aveva chiesto di avere un incontro con me, se potevo riceverlo. E io gli ho detto no, gli ho detto che ho da fare e che non ho tempo da perdere con lui. Quindi, quando ha capito che lui con me non poteva fare niente, si è rivolto al suo capo Enrico La Loggia che, secondo lui, mi dovrebbe telefonare. Ma vedrai che lui non mi telefonerà. Mi può telefonare che io, una volta, l'ho fatto piangere?».

Mandalà (...) torna con la mente al 1995, l'anno in cui suo figlio Nicola era stato arrestato per la prima volta. Accusa La Loggia di averlo lasciato solo, di averlo «completamente abbandonato», forse nel timore che qualcuno scoprisse un segreto a quel punto divenuto inconfessabile: lui e Nino Mandalà non solo si conoscevano fin da bambini, ma per anni erano anche stati soci, avevano lavorato fianco a fianco in un'agenzia di brokeraggio assicurativo (...). Il portaordini di Provenzano cerca d'interromperlo, sembra voler tentare di calmarlo: «Va bene, magari è il presidente (dei senatori di Forza Italia e non si può esporre).». «D'accordo, però, dico, in una situazione come questa. Dio mio mandami un
messaggio. (Poteva farlo attraverso) 'sto CORNUTO DI SCHIFANI che (allora) non era (ancora senatore), (ma faceva) l'esperto (il consulente in materie urbanistiche) qua al Comune di Villabate a 54 milioni (di lire) l'anno. Me lo aveva mandato (proprio) il signor La Loggia».

«Poi, un giorno, dopo la scarcerazione di Nicola, (io e La Loggia) ci siamo incontrati a un congresso di Forza Italia. Lui mi dice: "Nino, io sai per questo incidente di tuo figlio.". Gli ho detto: "Senti una cosa, tu mi devi fare la cortesia, pezzo di merda che sei, di non permetterti più di rivolgermi la parola".

Lui si è messo a piangere, si è messo a piangere, ma non si è messo a piangere perché era mortificato, si è messo a piangere per la paura. Siccome gli ho detto"ora lo racconto che tuo padre veniva a raccogliere con me daTuriddu Malta", e l'ho fatto proprio per farlo spaventare, per impaurirlo, per fargli male, 'sto cretino, minchia, ha pensato che io andassi veramente a fare una cosa del genere. Vedi quanto è cornuto e senza onore...».

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